Less is more

23 aprile 2013
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23 aprile 2013,  2

Tempo fa me ne ero uscito con un post a metà strada fra diario di viaggio e vademecum sull’Aloha Spirit o almeno la mia personalissima interpretazione, cercando di attenermi il più possibile al codice etico hawaiiano.

In casi del genere, ci tengo a sottolineare circa 23 volte (NDJ: bbbbuciodeculo!) che non ho la pretesa di insegnare nulla. Però mi piace condividere le esperienze al fine di trarre qualcosa e poter crescere verso una condizione che quantomeno ti aiuti a vivere più serenamente il rapporto col tuo strumento e col mondo che ti circonda. Ergo: se questi post ti servono da ispirazione, ben venga. Se chiudi la pagina dopo aver finito questo paragrafo, pace, pietra sopra, ci vediamo un altro giorno.

Jake dice: suonare di meno

Che sembrerebbe quasi un controsenso detto da un musicista che si è fatto apprezzare soprattutto per la quantità oceanica di note cadute a tempesta dal suo ukulele. Ma il punto non è tanto suonare un Do sul terzo tasto quanto piuttosto imparare a suonarlo come lo avevamo pensato.

WTF?!

Per i non masticatori della lingua inglese, Jake nella prima parte del video accenna alla sua visione della felicità. Vabbè… sua… non esageriamo. Siamo soliti abbinarla alla possessione di un bene, dalla nuova macchina alla donna della nostra vita. Lavoriamo in quella direzione, ci impegniamo per realizzare i nostri sogni e spesso ci capita di ignorare le radici della felicità, quelle su cui poggiamo i piedi tutti i giorni che poco hanno a che vedere con una nuova casa o un cospicuo conto in banca.

Si tratta di iniziare a trarre giovamento dal “meno”; non c’è bisogno di possedere tutto, è possibile essere felici senza ricoprirsi di beni, è possibile quindi suonare musica che abbia dei significati profondi, che sia in grado di trasmettere qualcosa senza necessariamente smarmellare le incredibili doti virtuosistiche e che illumini l’interprete e l’ascoltatore dalla piena consapevolezza con cui viene suonato un Do al terzo tasto. È difficile ma possiamo lavorare anche in questa direzione.

Andando avanti con il discorso, Jake si sofferma su come nasce la sua musica, su come in realtà sia solo una riproposizione su quattro corde di ciò che ha in testa e di come sia virtualmente impossibile esprimersi quando non si ha niente da dire.

Less is more

Less is more

Sono sempre stato del parere che attraverso uno studio costante e magari una dedizione assoluta verso il proprio strumento, ci si possano togliere delle gran belle soddisfazioni raggiungendo picchi di virtuosismo che poco prima non avremmo neanche immaginato. Ma c’è una cosa che proprio non mi riesce di insegnare, ci provo ma il più delle volte i concetti restano lì e non vengono appresi al 100%. Sto parlando di espressività. Il modo in cui suoniamo note dilatate, in cui riusciamo ad essere “musicali” per fare in modo che il nostro quadro funzioni, diventi interessante e comunicativo. È un equilibrio sottilissimo in cui viene valutato lo spessore dell’artista, il livello di profondità della sua visione, quello che ha in testa e la facilità con cui riesce anche ad improvvisarlo sullo strumento. E forse non si può nemmeno insegnare: è ciò che differenzia il grande musicista dall’ottimo esecutore.

Less is more

Se non siamo chiari innanzitutto con noi stessi, non c’è modo di piegare le regole musicali a nostro vantaggio. Se non vivo il mio quotidiano seguendo le mie regole ed il mio codice, non c’è modo di suonare quello che ho in testa. Essenzialmente perché oggi non lo vedo con chiarezza. Ed è uno dei motivi per cui domani, quel pezzo che ora mi è venuto così bene, forse suonerà in maniera diversa.

Playing with less

Le tre corde di Jake sembrano quasi imitare le atmosfere di Michael Giacchino. Alzi la mano chi non immagina questa composizione in qualche scena di Lost, sarebbe stata perfetta per la chiusura della serie. È un brano senza titolo composto per il Dalai Lama che non risponde alla domanda “Che pezzo suonerai?” ma piuttosto a “Che atmosfera suonerai?”.

È un brano in cui ci si spoglia dei beni materiali e si riduce ancora di più il numero di corde a disposizione. È un’idea, qualcosa di pacifico e mite che forse arriverà a qualcuno ma che sicuramente è già arrivata a noi che la suoniamo, in completa serenità, con il sorriso e lo spirito di chi ha appena iniziato a parlare.

Resta solo da decidere quale versione di Jake preferisci: quella più viscerale e minimalista che da sfogo a numeri da compositore oppure quella più istrionica che ti tieni gli occhi incollati al suo Kamaka cercando di studiare ogni singolo passaggio.

  • stefanog

    E’ un discorso complesso… anzi, due discorsi, uno complesso, l’altro meno, secondo me. Quando negli anni 80/90 si cominciò a mettere in discussione la leadership di Andrè Segovia come chitarrista classico, a fronte di enormi talenti che stavano venendo alla ribalta, lessi un commento, che magari non era originalissimo ma che metteva a tacere tutti: “la tecnica di Segovia è superabile, l’arte di Segovia è ineguagliabile”. Ora, indipndentemente da come la si pensi su Segovia etc. (ammesso che si pensi qualcosa 🙂 ), mi sembra un concetto valido sempre.
    Per quanto riguarda l’altro discorso, io direi che più in generale se hai qualcosa dentro e riesci a esprimerlo utilizzando un qualsiasi strumento d’arte, (non necessariamente musicale), allora sei un’artista, e non un esecutore. Quello che volevo sottolineare è che non necessariamente quello che devi avere dentro riguarda “pace, musica e ukulle”, per dirla alla Jack. Jimi Hendrix tutto era tranne che una persona serena, eppure quello che esprimeva con la chitarra ha fatto epoca. E in generale forse sono più i casi di geni del male che non di geni del bene, nell’arte.
    comunque fai bene a mettere questi post, ogni giorno che entro sul tuo sito trovo qualcosa di interessante, e di questo ti ringrazio 🙂

    ciao

    Ste

  • Ciao Ste! è esattamente questo il punto: tecnica vs arte. È anche per questo motivo che un po’ mi permetto di dissentire dai detrattori di Jake Shimabukuro che spesso lo etichettano come virtuoso fine a sè stesso. Da pezzi come questo capisci che dietro c’è dell’arte… che magari può anche non piacere ma porta le opere dell’artista oltre i meri esercizi di stile. A quel punto diventa tutto soggettivo, puoi apprezzare l’arte moderna oppure non capirla… mi dispiacerebbe se si finisse col giudicarla senza avere compreso certi parametri che sono fondamentali per rapportarsi alle opere di un musicista. Nel caso di Jake, tutto diventa addirittura semplificato perché uno dei suoi pregi è l’essere altamente descrittivo nella sua musica strumentale. Insomma… per farla breve… non credo sia diventato quello che è solo per via delle scale suonate in velocità.

    I lavori di Jimi Hendrix per me restano fra i migliori in assoluto e più in generale, i geni del male e la musica del diavolo mi hanno sempre trasmesso sensazioni diverse… forse più intime. Ma comunque quest’articolo era più o meno a cavallo fra buddhismo e ukulele, è ovvio che per essere “bravi” ci possa essere anche dell’altro all’interno dell’artista anzi… la percentuale di canzoni scritte quando veniamo lasciati da una donna è di gran lunga superiore a tutte le altre!

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